A Gaeta si legge. Non solo perché il panorama invita alla contemplazione e le panchine sul lungomare sembrano fatte apposta per sfogliare un libro, ma perché la città ha scelto di investire nella lettura come bene comune. Dal 2020, infatti, Gaeta è entrata ufficialmente nella rete delle “Città che leggono”, un riconoscimento promosso dal Centro per il libro e la lettura, d’intesa con l’ANCI, che premia i Comuni capaci di garantire ai cittadini l’accesso continuativo alla lettura attraverso biblioteche, festival, scuole e iniziative culturali diffuse.

Anche nel 2025, Gaeta è “Città che legge”

Anche per quest’anno, Gaeta è stata riconfermata tra le “Città che leggono”: un attestato che non è simbolico, ma che implica impegni concreti e la presentazione di un Patto locale per la lettura, condiviso da scuole, librerie, associazioni culturali e operatori sociali. L’obiettivo è chiaro: creare e mantenere una rete viva, che faccia della lettura un’esperienza quotidiana e accessibile.

Ma quella tra Gaeta e la lettura è una relazione dalle radici profonde. Già Virgilio, nel libro VII dell’Eneide, cita l’antica Caieta, legando il nome della città al mito e alla poesia epica. Non si tratta solo di un omaggio letterario, ma del segno di una centralità culturale che, nei secoli, non si è mai spenta.

copertina dell'articolo su "Gaeta è città che legge".

Nel Rinascimento, i monasteri di Gaeta furono luoghi di produzione e conservazione di manoscritti, come nel caso della Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, dove si custodiva l’archivio cittadino. Nell’Ottocento, la città ospitava tipografie e giornali locali, testimoni di un fermento intellettuale che accompagnava la vita politica e sociale.

 Oggi quella vocazione si rinnova attraverso biblioteche pubbliche attive, rassegne letterarie come “Libri sulla Cresta dell’Onda” e tante iniziative educative.

Il riconoscimento di “Città che legge” è un traguardo raggiunto da una località che continua a credere nel potere delle pagine. Perché leggere non è solo un atto solitario, ma un gesto condiviso, che costruisce comunità, senso critico e partecipazione. E perché, in fondo, anche il futuro ha bisogno di buone storie.